Scrivere a mano.

Scrivere a mano, o con le mani. E con tutto il resto.

Mamma, per esempio, mamma, tre piccoli ponti, un cerchio, una gambetta, sei piccoli ponti, un altro cerchio, un’altra gambetta, risultato: mamma. Come riaversi da un simile prodigio?

le parole di Pennac tratte dal libro “Come un romanzo” sono sempre le prime a cui penso quando mi fermo a fare riflessioni sulla scrittura manuale. Per raccontare con esattezza il rapporto con il gesto di scrivere devo tornare all’origine dello stupore, al rituale appreso e poi infinitamente ripetuto, al coinvolgimento dei sensi che appartiene a quell’età come a nessuna altra.

Fin dall’istante in cui impugni per la prima volta il sottile parallelepipedo a base esagonale che imparerai a chiamare matita, la relazione tra la parola prodotta e l’atto del produrla sono un tutt’uno. I polpastrelli si soffermano sugli spigoli e iniziano a far ruotare instancabilmente l’oggetto in cerca di un’angolazione esatta. La bocca mastica il legno e piccole scaglie di lacca si muovono tra la lingua e i denti prima di essere inghiottite, diventa quello il gusto esatto del pensare. Intanto la mano è tornata sul foglio e allena le sue punte più estreme a compiere una coreografia coordinata di onde e cerchi e linee più lunghe e più brevi.
È gustativo e tattile il rapporto con la scrittura a mano, uditivo e cinestesico, e continua ad esserlo anche quando il raschiare sordo della graffite sulla pelle ruvida della pagina bianca, lascia spazio all’inchiostro che rotola fuori dalla pallina in corsa di una penna BIC. L’odore del bianchetto, la punta scolpita della penna stilo, il blu che esce a piccoli fiotti dalla cartuccia che hai deciso di aprire per vedere l’effetto che fa.

Ma a quella sensoriale si accompagna un altro genere di immersione: la negoziazione tra sé e le infinite variabili del dicibile, produce ripensamenti e censure che si traducono in frecce, scarabocchi, postille. La mano si muove con un respiro misurabile in altezza e intensità dei tratti, ora sbilenchi e coricati dal gesto frenetico della fretta, ora morbidi e lunghi, pienamente realizzati nel tempo concesso all’incontro tra il pensiero e la sua grafia. La mappa visibile del nostro travaglio di autori contiene un messaggio che precede quello racchiuso nelle parole e l’occhio del nostro lettore percorrerà la pagina incontrando buchi neri di cancellature decise che finiranno col catturare irrimediabilmente la sua attenzione – Chissà cos’era, chissà se proprio quella riga rimossa avrebbe cambiato le cose, il senso di tutto il discorso -.

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